sabato 14 maggio 2016
UN WEEK-END NELLA NATURA: Pertuso, in quel del Piacentino
UN RIPOSO PER GLI OCCHI
Grazie ad una coppia di vecchi amici di mia sorella, che mi riportano all'infanzia cittadina nella quale si intrecciavano i diversi percorsi di vita di ciascuno di noi, abbiamo trascorso un fine settimana veramente riposante e disteso 'in quel di Pertuso', località del Piacentino che si incontra oltrepassando la Val d'Aveto. Le descrizioni terminano qui perchè non intendo tradire la nia promessa iniziale: d'ora in poi solo immagini calate nella natura del posto. Buona visione.
giovedì 12 maggio 2016
IL RITROVAMENTO DI UNA GRAPPA 'LUZZATIANA'
Una
grappa con l'etichetta disegnata da Lele Luzzati
In realtà una rarità simile l'avevo già
vista parecchi anni fa, quando Lele Luzzati era ancora vivo, e siamo
andati in visita dalla distilleria di Barile a Silvano d'Orba.
La bottiglia, mi ha detto il titolare
Luigi Barile, era unica. L'etichetta era stata commissionata a Lele Luzzati ed
era stata pensata per una grappa di dolcetto: mi disse anche che erano state
stampate alcune migliaia di etichette, ma poi non se ne era fatto più nulla; il
progetto era naufragato e Luigi Barile conservava quest'unica bottiglia in
ricordo della collaborazione con l'amico Lele.
Naturalmente i miei tentativi di
acquistarla -non è facile tenere a bada il 'demone collezionistico' che alberga
in me- sono subito naufragati, perchè Barile ha affermato che ci teneva molto e
che non se ne sarebbe privato per nulla al mondo. Ho subito compreso che era
anche un gesto d'affetto rivolto a Lele e ho subito desistito.
Non vi nascondo però che per molto tempo
ho fatto diversi tentativi di raggiungere la persona che mi era stata indicata
come committente alla quale erano rimaste, da qualche parte, le ormai inutili
etichette già stampate. Anche in questo caso tentativi andati a vuoto.
Finchè, pochi giorni fa, nel bar vicino
all'Università ed al Tribunale dove faccio colazione un paio di volte alla
settimana, ho visto esposta una bottiglia di grappa che aveva qualcosa di
familiare. Ho chiesto alla barista se mi faceva vedere meglio la bottiglia
e...ho scoperto un tesoro!
Ho
ritrovato infatti la stessa immagine disegnata da Lele Luzzati riprodotta su di
una bottiglia di Grappa di Moscato, affinata in legno e prodotta dalla
Distilleria dei Dogi. Nell'etichetta sul retro compare la seguente dicitura:
"ARTE & GRAPPA
ILLUSTRAZIONE SURREALE DEL DIO BACCO DISTILLATORE.
Titolo con dedica di Emanuele Luzzati (1979)
Nel
dar vita a questa delicata Grappa Moscato abbiamo voluto celebrare il talento
dei ns. Maestri Distillatori. Ci è apparso coerente accostare la loro
creatività alla genialità di Emanuele Luzzati ponendo in etichetta la vecchia
illustrazione che il Maestro generosamente dedicò all'eccellenza delle ns.
grappe."
La
richiesta alla barista di poterne acquistare una, 'ça va sans dire', era
scontata, e grazie alla sua gentilezza posso ora raccontarvi questa storia, con
un pensiero all'amico Lele che non è più con noi da quasi dieci anni, ma che
continua, con la sua opera, a dispensare sorrisi in un mondo che ne ha proprio
bisogno. Grazie Lele.
sabato 9 aprile 2016
100° POST - CORRADO AUGIAS "QUANTO VALE UN 'NO' EDUCATIVO"
La ripresa su La Repubblica di martedì 5 aprile 2016 di parte del mio precedente pezzo su "Telecamere negli asili e nelle scuole? Una inutile scorciatoia falsamente rassicurante" che ho postato il 30 marzo scorso, mi è sembrata una buona occasione per festeggiare la 'ricorrenza' del 100° post sul mio blog. Esattamente (quasi) tre anni fa, il 29 maggio 2013, pubblicavo 'La felicità dello scrivere', primo breve scritto che ancora adesso considero uno dei miei più riusciti tentativi di comunicare quanto la scrittura possa essere importante per la propria crescita nella comunità.
Oggi, festeggiare questo 'traguardo centenario' con Corrado Augias che dice: "Se si mettono insieme esempi, domande e proposte contenute in queste lettere-fra queste la mia-, si vede benissimo qual è il problema, quale il suo possibile rimedio. E quanto difficile sia." mi rincuora nel pensare di poter portare qualche contributo alle riflessioni sull'educazione in questo periodo non certo facile per la nostra società. Sperando con i prossimi interventi di poter eguagliare ed estendere le 7.500 visualizzazioni che il 'contatore' del sito mi segnala provenire per il 65% dall'Italia, per il 10% dagli Stati Uniti e per l'8% dalla Russia, mentre il restante 17% è suddiviso fra altri 7 Paesi europei.
Un caro saluto quindi, ed un ringraziamento, a tutti i miei lettori.
GENTILE Augias, a proposito di
educazione dei giovani vorrei raccontare la mia esperienza. Ho insegnato
Educazione fisica per molti anni in diverse scuole di Roma. Ho sempre cercato
di impartire agli alunni buone regole sul rispetto delle persone e delle cose;
partecipando a qualche torneo insistevo sul rispetto delle norme e
dell’avversario. Devo dire che, dettate le istruzioni e spiegato che chi non le
avesse rispettate avrebbe subito la mia reazione, queste venivano osservate.
Grande soddisfazione ebbi portando i miei ragazzi a sciare. Incontrai un
signore che mi chiese: è lei il professore che li accompagna? Allarmato
risposi: che hanno fatto? Invece si trattava di complimenti. Agli impianti di
risalita i miei ragazzi gli avevano ceduto il passo in quanto era con il suo
bambino. Regola che avevo richiesto di rispettare in uno dei tanti sermoni.
Domanda: questi ragazzi rispettosi quale esempio hanno dalla nostra classe
politica, dalla classe dirigente, dagli adulti in generale – compresi i loro
genitori?
Giulio Politi
LA rubrica sul “dovere”di saper dire no
alla tirannia dei più giovani (bambini e ragazzi), sulla necessità di una
“educazione” nel senso vasto della parola, ha suscitato molte reazioni. Mi ha
scritto Diego Mazzeo (diego.mazzeo@libero.it): “Anch’io penso che i ‘no’ dei
genitori, specie se motivati, servano a stabilire punti non oltrepassabili di
comportamento dei bambini. Negativo scontrarsi, per principio, con gli
insegnanti anch’essi demandati (spesso da soli) all’educazione dei giovani, ciò
provoca nei bambini un innaturale e pericoloso senso di potere. Solo un ‘no’,
intelligente, non dispotico, potrà creare una nuova generazione capace di
sperimentare, modificare se del caso le regole imposte, riconoscere la strada
giusta e saperci all’occorrenza tornare”. Francesca Ribeiro (ribesca@tiscali.
it): “Passavo per viale Togliatti, in prossimità di un liceo romano dove si
‘recuperano’ le bocciature delle scuole statali. Nell’intervallo gli studenti
scendono a fare colazione sedendo su un muretto. Una studentessa si accende la
sigaretta e getta il pacchetto vuoto sul marciapiede; poiché anche l’accendino
non funzionava più getta anche quello. A dieci metri c’era un cestino. Chissà
se in quel liceo recuperano anche gli anni perduti della civile educazione?”.
Giorgio Macario, psicosociologo (macario. g@gmail.com): “Non possiamo sentirci
rassicurati nella nostra ansia di controllo dalla presenza di mezzi meccanici,
come le telecamere negli asili e nelle scuole. È una scorciatoia inutile. La
consapevolezza di poter essere ‘genitori sufficientemente buoni’ (Winnicott) è
la miglior salvaguardia per i nostri figli, che hanno strumenti e capacità più
complesse di un semplice occhio elettronico. A loro dobbiamo concedere più
ascolto e attenzione”. Se si mettono insieme esempi, domande e proposte
contenute in queste lettere, si vede benissimo qual è il problema, quale il suo
possibile rimedio. E quanto difficile sia.
(Tratto dal WEBLOG 'Segnalazioni').
mercoledì 30 marzo 2016
TELECAMERE NEGLI ASILI E NELLE SCUOLE? UNA INUTILE SCORCIATOIA FALSAMENTE RASSICURANTE
Alcune considerazioni in tema
Farei precedere alcune considerazioni in tema, appunto, da un'autocitazione tratta da 'L'arte di formarsi. Professionisti riflessivi e sensibilità autobiografiche' (UNICOPLI, 2008), dove già alcuni anni fa affrontavo un argomento analogo.
1. "Genitori iperprotettivi
Ma
come migliorare il proprio essere genitori del domani? Una delle possibilità è mettere a confronto un passato abbastanza
recente con il presente per poter essere maggiormente consapevoli dei ruoli
genitoriali praticati senza che spesso se ne abbia piena consapevolezza. Un
esempio molto efficace è stato portato da un relatore ad una attività di
sensibilizzazione realizzata per la Regione Basilicata. ('Minore a chi?', a cura di G. Macario, Istituto degli Innocenti 2006). Un prete guida un pulmino piuttosto
vecchiotto per accompagnare i bambini che gli sono affidati ad alcune
iniziative che devono frequentare. Al rientro, percorrendo una strada appena
fuori dal paese e non essendo il prete-autista del tutto sobrio, con il
sovrapprezzo di qualche goccia di pioggia, il pulmino finisce con due ruote in
un fosso. Non succede nulla di irreparabile: si mobilitano subito tutti per
prendere i bambini ed accompagnarli alle loro case. I bambini sono tutti
eccitatissimi e l'episodio, condito di vari particolari che lo renderanno epico ed unico, resterà nell'immaginario
dei bambini per mesi e mesi, come un'esperienza di vita emozionante e, appunto,
da raccontare. Per i genitori, che conoscono bene il curato in questione e
sanno che qualche volta all'osteria beve qualche bicchiere di troppo, ma che si
prende cura dei ragazzi che vengono affidati alla parrocchia generalmente
operando per il meglio, l'episodio viene classificato fra gli accadimenti della
vita che vanno accettati e rispetto ai quali occorre ringraziare il buon Dio
perché non è successo niente di grave. L'episodio è collocato intorno agli anni
'60. Immaginiamo ora un analogo
accadimento ai giorni nostri. Intanto si dovrebbe parlare di uno scuolabus,
perché non è neanche immaginabile che una persona qualsiasi, sia pure un prete, senza permessi speciali,
professionalità adeguata, retribuzione relativa, ecc. ecc. ecc., possa
accompagnare un certo numero di bambini in giro. In ogni caso e come minimo, al
prete sarebbe stata tolta la patente ed avrebbe avuto la convocazione del
proprio Vescovo, per non parlare di un possibile trasferimento di sede e di
probabili denunce, e per non arrivare ad ipotizzare un possibile
arresto... In secondo luogo l'episodio
non sarebbe praticamente potuto accadere perché le mamme appena vedono due
gocce d'acqua, si precipitano a prendere i bambini a scuola, svuotando di fatto
gli scuolabus proprio quando dovrebbero essere più utili. Nessuna di loro -ma
forse ci si può inserire anche qualche papà volenteroso e moderno- si
azzarderebbe a rischiare un pur breve tragitto sotto la pioggia temendo chissà
quali possibili problemi. Questa disamina dell'argomento, che potrebbe sembrare
una descrizione catastrofista ed essere colta come un po' esagerata, viene
rivolta dal relatore ad una platea di oltre duecento persone, operatori,
funzionari e dirigenti che per mestiere si occupano di bambini e giovani, ma
che ad un tempo sono in gran parte anche genitori. Guardando intorno al tavolo
della Presidenza si vedono decine e decine di persone che annuiscono,
identificandosi evidentemente nell'atteggiamento che potremmo definire almeno
in parte iperprotettivo. La coordinatrice della Regione dice “E' proprio così,
succede praticamente a tutte noi”. Si capisce in tal modo -e la consapevolezza
unisce tutti i presenti- quanto si sia assuefatti ad alcuni comportamenti di
eccessiva protezione nei confronti dei propri figli, che rischiano di
prefigurare una crescita troppo artificiosamente protetta. Troppo spesso
infatti ci sono ragazzi che anche a quindici-sedici anni non sanno andare
autonomamente nel centro della loro città, hanno una scarsa capacità di reagire
agli imprevisti ed una bassissima resistenza alle immancabili frustrazioni che
accompagneranno la loro vita adulta.
A volte un esempio ben formulato può spiegare più di molte teorie."
2. La scorciatoia falsamente rassicurante.
Essere genitori al giorno d'oggi è sicuramente difficile. Quasi 'proibitivo', come pensava Freud annoverando l'educazione fra i compiti impossibili.
Meno figli si fanno, maggiori appaiono le preoccupazioni volte ad assicurarsi che quell'unico figlio sul quale si concentrano massicce aspettative, possa avere davanti a sè la strada il più possibile spianata. Da qui la forte diffidenza verso gli educatori che, a vario titolo, sono chiamati ad occuparsi di accompagnare la sua crescita: maestre d'asilo, maestri, insegnanti, ma anche educatori del tempo libero, sacerdoti e simili.
"Non si accettano caramelle dagli sconosciuti!" Quante volte questo 'suggerimento imperativo' è stato pronunciato da genitori preoccupati di mettere in guardia i propri figli sui possibili 'cattivi' incontri che possono accadere.
Ma anche volendo sorvolare su quanto i 'rischi' per i bambini possano spesso provenire da ambienti familiari malsani e da persone conosciute, è il favorire uno sviluppo equilibrato, aperto ma non ingenuamente sprovveduto, franco ma con la giusta riservatezza, ed ancora sereno ma al contempo capace di autodifesa sia fisica che emotiva, che può aiutare il proprio figlio ad essere discretamente attrezzato per andare incontro alle vicissitudini dell'infanzia e dell'adolescenza. Trasformando gli insegnamenti che riteniamo più opportuni in una 'scuola di vita' e non in vuote e preoccupate raccomandazioni che solo apparentemente sedano le nostre ansietà genitoriali. Essendo capaci di dare fiducia al proprio figlio, sapendo che dobbiamo essere fiduciosi anche nelle nostre capacità educative, ben sapendo che si può sbagliare e avendo la capacità autocritica di ammetterlo anche in presenza del proprio figlio, se necessario. Solo in apparenza ciò ci fa apparire deboli, perchè in realtà ci rafforza nel nostro essere umani (e quindi perfettibili) consentendo a nostro figlio di identificarsi in una figura adulta 'possibile' e 'raggiungibile', capace di essere efficace nelle indicazioni che fornisce e non megafono di banalità auto-centrate e 'io' ipertrofici.
E' così che la capacità di resistere alle frustrazioni inevitabili che la vita ci può riservare e di fronteggiare episodi spiacevoli può affinarsi, all'occorrenza, in competenze resilienti, che permettono di riprendersi da eventuali disavventure e accadimenti spiacevoli.
Ma questo atteggiamento educativo verso nostro figlio non riguarda unicamente il rapporto genitore-figlio, perchè deve estendersi alle figure educative che a vario titolo di lui si occupano: non ci può essere mancanza di fiducia nei loro confronti (a meno che non ci siano valide ragioni, naturalmente), perchè questo corrisponde di fatto alla mancanza di fiducia nelle capacità di nostro figlio. Non possiamo pensare che tutti ce l'abbiamo con lui, o che i pericoli si annidino dovunque, perchè questo è un atteggiamento paranoico che tradisce e fa emergere la nostra inadeguatezza, non certo quella degli altri. E genera sostanzialmente insicurezza in nostro figlio. Non possiamo sentirci rassicurati nelle nostra ansia di controllo dalla presenza di mezzi meccanici, telecamere e quant'altro, che dovrebbero non solo coadiuvare l'attenzione educativa ma quasi sostituirla, trasformando il clima educativo facilitante ed empatico che ciascun buon educatore ed insegnante è chiamato a costruire, in un asettico succedersi di immagini supervisionate da un 'tutore dell'ordine educativo' pronto ad intervenire.
Si tratta di una inutile scorciatoia falsamente rassicurante: è la nostra consapevolezza di poter essere 'genitori sufficientemente buoni' (estendendo il pensiero di Winnicott sulla madre) la miglior salvaguardia per nostro figlio, che dentro di sè ha strumenti e capacità psico-socio-relazionali infinitamente più complesse di un semplice occhio elettronico, e al quale dobbiamo concedere più ascolto ed attenzione. Le nostre angosce, così facendo, si attenueranno e, ad un tempo, i timori e le eventuali preoccupazioni appariranno meno distruttive e più gestibili agli occhi di nostro figlio.
domenica 20 marzo 2016
LA STORIA DI JERREH
Ieri era il 19 marzo 2016, festa del papà.
Ho trascorso la giornata in maniera piuttosto particolare, rispondendo positivamente all'invito rivoltomi da Federico Zullo, presidente nazionale (riconfermato per il prossimo triennio) dell'Associazione Agevolando,
A Bologna, con una sessantina di associati provenienti da diverse Regioni, si è svolta la loro assemblea nazionale intitolata 'Raccontandoci', alla quale ho portato un contributo formativo su 'Percorsi autobiografici e sviluppo resiliente'.
Al termine della sessione formativa vengo informato che uno dei ragazzi dell'associazione avrebbe avuto piacere di farmi avere un libretto che lo riguardava e che aveva appena scritto con l'aiuto di Roberto, presumo uno dei suoi educatori.
Il 'lungo viaggio' è la storia di Jerreh, oggi diciottenne, che nel gennaio 2014 si è messo in viaggio dalla città di Brikama in Gambia attraversando Mali, Burkina Faso, Niger e Libia, prima di avventurarsi, dopo mille vicissitudini, nel Mar Mediterraneo su di un gommone ("In piedi, uno stretto all'altro, nella notte buia, nel mare nero. Senza giubbotto, senza cappello, senza pane, senza acqua, stavo male ma non avevo paura...") ed approdare, infine, in Sicilia.
Ho trascorso la giornata in maniera piuttosto particolare, rispondendo positivamente all'invito rivoltomi da Federico Zullo, presidente nazionale (riconfermato per il prossimo triennio) dell'Associazione Agevolando,
A Bologna, con una sessantina di associati provenienti da diverse Regioni, si è svolta la loro assemblea nazionale intitolata 'Raccontandoci', alla quale ho portato un contributo formativo su 'Percorsi autobiografici e sviluppo resiliente'.
Al termine della sessione formativa vengo informato che uno dei ragazzi dell'associazione avrebbe avuto piacere di farmi avere un libretto che lo riguardava e che aveva appena scritto con l'aiuto di Roberto, presumo uno dei suoi educatori.
Ecco alcuni dei passaggi del suo racconto.
"Nel mio cuore volontà e tristezza: davanti a me mia madre, i suoi occhi sono pieni di lacrime (...) Mio fratello non piangeva con gli occhi ma col cuore. (...) so che dovrò attraversare un deserto grande come il mare e un mare grande come il deserto (...) Fino ad allora non avevo mai pianto, anche se nel mio cuore sentivo una grande nostalgia. Comunque non c'è stato mai un momento in cui ho pensato di di tornare indietro. (CAP. PRIMO)
" Un mese lunghissimo (ad Agadez, nel Niger centrale) ad aspettare che ci siano abbastanza persone per riempire il pick up che ci porterà in Libia, al prezzo concordato di 10.000 cfa a testa, (...) Ogni giorno passava sempre uguale al giorno prima e al giorno dopo: non potevo uscire di casa perchè non avevo documenti, se la polizia mi avesse fermato senza documenti mi avrebbero messo in prigione e la prigione in Niger non è come un albergo (...) Il deserto è un mare tutto uguale (...) Non avevo mai immaginato che la notte nel deserto fosse tanto fredda (...) Arrivati al confine (...) I soldati sparano, ma nessuno di noi viene colpito e il viaggio continua: siamo in LIBIA." (CAP. SECONDO)
" A volte abbiamo incontrato un posto di blocco e dei soldati che sparavano e il nostro autista che accelerava e rispondeva agli spari mentre noi tremando di paura ci rannicchiavamo sul fondo. (...) (A Tripoli) Mi è capitato che mentre tornavo a casa stanco dal lavoro, alcuni bambini ci prendevano in giro, ci picchiavano anche perchè vedevano la nostra pelle nera, ma noi non potevamo difenderci, non potevamo reagire. (...) A volte restavo tutto il giorno ad aspettare per niente e quel giorno niente lavoro, niente soldi e niente cibo. (...) Ma dov'è l'Europa e che cos'è l'Italia? Io non sapevo niente, sapevo soltanto che era ormai arrivato il momento di partire. (...) Dopo poco la musica cambia. Ci fanno coricare per terra con le mani in avanti sopra la testa. E intanto con il manganello ci picchiano sulla schiena e sul sedere. Poi ci chiudono in prigione. Tre giorni senza mangiare e con tanti brutti pensieri nella testa che non ci lasciavano dormire. (...) Alle otto del mattino ci hanno portato in riva al mare. Li siamo rimasti per giorni ad aspettare il momento di partire, finchè una notte::: Eravamo forse in cento. Come potevamo stare tutti su quel gommone? (CAPITOLO TERZO)
"In Sicilia con un pulman ci hanno portato in aeroporto. Era la prima volta in aereo. Tanta fatica per arrivare in Italia e ora mi tocca morire su questo aereo. Il decollo è stato tremendo. Ma l'aereo non è caduto ed è atterrato tranquillamente a Bologna. Da Bologna in macchina fino a Tabiano (PARMA), nella comunità che mi ospiterà finchè sono minorenne. (...) Ho fatto una doccia e dal mio corpo e dai miei capelli scendeva un'acqua nera nera. Ora vado a dormire, ma da domani la mia storia continua... (CAPITOLO QUARTO).
Jerreh -ci informa nel risvolto di copertina- sta imparando a cucinare, a cucire, a coltivare un orto, andando a scuola e studiando l'italiano, in modo da poter scrivere da sè il prossimo libro.
Subito non mi è venuto in mente, e quindi non ho potuto dirglielo ieri, quando molto affettuosamente ha voluto scrivere di suo pugno la dedica sul suo libro, ringraziandomi. Ma giusto sei anni fa, nell'aprile 2010, ho organizzato e condotto, con l'Istituto degli Innocenti e per conto della Commissione per le adozioni internazionali, una formazione a Firenze della durata di una settimana, dedicata al gruppo dei responsabili per le adozioni internazionali della Repubblica del Gambia.
E' stata una bella esperienza, che ha cercato di accrescere l'attenzione al futuro dell'infanzia spiegando alla delegazione del Gambia gli sforzi dell'Italia per accogliere al meglio i loro figli tramite il canale delle adozioni internazionali. Un ambito diverso da quello descritto nell'odissea vissuta da Jereh, ma pur sempre uno dei mille aspetti e forme dell'accoglienza che speriamo possano contribuire a rendere meno aspri ed accidentati i cammini della vita per tutti i giovani.
In attesa di poter leggere ed apprezzare il prossimo lavoro di Jereh.
domenica 13 marzo 2016
FUKUSHIMA, una storia nucleare. Fra autobiografia e impegno sociale
PIO d'EMILIA E L'IMPEGNO PER LA VERITA' SU FUKUSHIMA
"Fukushima - Una storia nucleare" è un docu-film con la regia di Matteo Gagliardi che, a 5 anni esatti di distanza dal disastro nucleare dell'11 marzo 2011 che ha coinvolto anche la centrale nucleare di Fukushima in Giappone, viene messo in onda da SKY, rimanendo comunque visionabile in streaming sul sito di SkyTg24.
Si tratta di un docu-film, come si usa ormai dire di rappresentazioni che utilizzano interviste e riprese di varia natura che ricostruiscono fedelmente fatti storici utilizzando un registro narrativo, di rara potenza e chiarezza.
Il triplice evento catastrofico che esattamente un lustro fa ha colpito il Giappone -terremoto, tsunami e fall-out nucleare della centrale di Fukushima- coinvolgendo direttamente e indirettamente nel disastro milioni di persone, viene infatti minuziosamente ricostruito mediante lo sguardo autobiografico di un giornalista che vive in Giappone da più di 30 anni, Pio d'Emilia, che, invece di fuggire, decide di documentare in prima persona quanto sta accadendo in un frangente così drammatico. La competenza professionale, l'impegno sociale e l'attaccamento a questa terra di adozione appaiono quasi inscindibili nel corso della visione del filmato.
Impressionanti nel loro crescendo le progressioni step by step di Pio d'Emilia, 'cacciatore di verità': dagli spostamenti controcorrente (mentre chi può, fugge, lui si dirige fin da subito verso nord verso Fukushima girando ore e ore di video, primo giornalista straniero ad entrare nella 'zona proibita') alla partecipazione al primo gruppo di giornalisti ammessi in visita alla Centrale di Fukushima dalla Tepco -azienda che gestisce l'impianto- nel 2013 (con riprese letteralmente carpite in un clima di evidente boicottaggio delle autorità piegatesi ad una tale 'intrusione' solo per le pressioni internazionali); dalla inedita intervista all'ex-Primo Ministro del Giappone Naoto Kan (che dopo le dimissioni non si trincera dietro i no-comment, riferendo gli incredibili e scriteriati comportamenti dei responsabili della Centrale e di molte autorità preposte alla sicurezza e facendo ben comprendere gli interessi economici sottesi alla revoca della decisione presa dal suo governo di bloccare tutte e 53 le centrali nucleari del Paese) alla stupefacente conclusione basata sui lavori della apposita commissione d'inchiesta che solo la rottura di una valvola che regolava l'afflusso dell'acqua dalla piscina del reattore 4 alla piscina adiacente dove erano conservate tutte le barre di combustibile radioattivo, ha evitato un meltdown nucleare (fusione del nocciolo a contatto con l'atmosfera) che avrebbe potuto distruggere la città di Tokio.
Non credo che l'attuale governo giapponese, vista la decisione presa a favore della permanenza del nucleare, abbia concesso a Pio d'Emilia l'Ordine del Sol Levante ( o Kyokujitsu shō ).
Certamente, però. la lotta a favore delle energie alternative e sostenibili unita alla denuncia della follia nucleare, che sta conquistando fette sempre più larghe dell'opinione pubblica mondiale, ha trovato in questo giornalista uno dei suoi paladini più convinti.
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