giovedì 19 settembre 2019

DESTINAZIONE IMMAGINARIO di Roberto Scanarotti

DESTINAZIONE IMMAGINARIO

Viaggio in treno nell'universo simbolico della ferrovia

di ROBERTO SCANAROTTI

(Equinozi, 2019)

Recensione di Giorgio Macario


Quale la connessione di questo testo con il ‘mondo’ dell’autobiografia? Quella che ritengo prevalga su tutte le altre è legata alla vita dell’autore di questo testo che appare dispiegarsi nell’indagine analitica di tutto ciò che riguarda il treno e il mondo della ferrovia. Roberto Scanarotti ha realizzato il suo lungo percorso professionale nelle Ferrovie dello Stato, “che dalle stazioni lo ha portato a ricoprire diversi incarichi dirigenziali nell’area comunicazione (…)”. Inoltre ‘Destinazione immaginario’ segue un filo narrativo nel quale si intrecciano vite e storie di vita: sul treno, nelle stazioni, fra i lavoratori.

Ciascun lettore, durante e/o al termine del ‘viaggio in treno nell’universo simbolico della ferrovia’, cui il libro conduce passo dopo passo, fra treni e stazioni, viaggiatori e ferrovieri, sarà libero di rievocare i propri viaggi in treno, siano questi vissuti direttamente, assaporati in qualche fiction o immaginati in momenti particolari della propria vita. 

Personalmente, accanto alla interessante scoperta di moltissimi film citati con grande competenza dall’autore, che vedono il treno e le storie di vita che lo accompagnano al centro dell’attenzione, mi è tornato in mente più volte un film cui sono particolarmente legato: si tratta di ‘Chiamami aquila’ di Michael Apted del 1981, dove la storia d’amore tra John Belushi (Ernie Souchak) e Blair Brown (Nell Porter), cresce e si consolida nel viaggio in treno che riporta lei sulle Montagne Rocciose, fino al matrimonio celebrato ‘al volo’ nella piccola stazioncina posta al capolinea.

Questo libro può anche essere letto come una breve storia della ferrovia e del mondo che la circonda: dalle notazioni sulla nascita della prima ferrovia della storia -la Stockton/Darlington del 1825- ai sei milioni di risultati che si ottengono “digitando le due sillabe di treno su google”; ma forse è più corretto dire che è il posto occupato dalla ferrovia nell’immaginario collettivo ad essere esplorato in maniera esaustiva da Scanarotti, con un andamento ad un tempo sistematico ed associativo, dove i treni e le stazioni sono considerati -così osserva Stefano Maggi nella prefazione al volume- “come luoghi della mente, spazi prolifici e inesauribili per la creatività…”.

Ma dobbiamo, infine, alla odierna ripubblicazione del volume, dopo la prima edizione auto-pubblicata del 2012 che chiude una lunga stagione di vita affidandola alla scrittura, l’aggiunta di un eloquente capitolo finale sui ‘Treni autobiografici’. In quest’ultimo felice spazio di riflessione, significativamente arricchito dal percorso personale maturato dall’autore, vengono proposte immagini e suggestioni che connettono l’universo ferroviario a possibili percorsi autobiografici guidati dalla scrittura, “miniera di metafore che aiutano a trasportare il pensiero (…) potenziando il nostro sguardo introspettivo.” Non si tratta tanto di un saggio -ci dice in conclusione Scanarotti- quanto di un “racconto ferroviario, disseminato di tracce nascoste della mia stessa, personale autobiografia.” Una modalità molto particolare e intrigante di presentare la propria esperienza autobiografica.  

(@GM Foto di un plastico ferroviario 'on plein air' a Genova-Pegli)

giovedì 5 settembre 2019

AUTOBIOGRAFIA DI UN SUPERVAGABONDO - W.H. Davies - Prefazione G.B. Shaw





AUTOBIOGRAFIA DI UN SUPERVAGABONDO
di  W.H. DAVIES - Con Prefazione di G. B. Shaw 
(Rizzoli, 1948) 



Recensione pubblicata in LEGGILIBRI - Rivista 'Psicologi e Psicologia in Liguria', n. 1/ giugno 2019.




Mai più mi sarei aspettato, vagabondando pigramente fra i banchetti di un mercatino dell'antiquariato il primo giorno di primavera, di incontrare un supervagabondo: badate bene, non in carne e ossa, bensì in carta e penna. L'incontro è avvenuto, infatti, con la sua autobiografia, pubblicata a Londra 110 anni fa, nel lontano 1908, e stampata in Italia nel 1948. Solo successivamente ho scoperto che il libro ha ispirato la nascita della notissima band di progressive rock dei ‘Supertramp’.

George Bernard Shaw ne ha firmato la prefazione, raccontando di aver ricevuto un libro di poesie, probabilmente autoprodotto, da uno sconosciuto W. H. Davies, con una lettera accompagnatoria che invitava a pagare mezza corona oppure a restituirlo. Incuriosito da tale stranezza Shaw scorre il libretto, e si stupisce trovando l’autore ‘un vero poeta’. Dall’acquisto di alcune copie all’accettare di presentare la sua autobiografia il passo è stato breve, precisando nel suo scritto introduttivo: "Mi affretto ad affermare fin da principio che io non ho nessuna conoscenza personale con l'incorreggibile supervagabondo che ha scritto questo libro sorprendente."

Le prime avventure di viaggio Davies le sperimenta con il nonno, che lo aveva adottato dopo la morte del padre, in brevi spostamenti sulla piccola goletta di un amico comandante.
Dal nonno eredita l’irrequietezza, e la vera svolta della vita è legata alla morte dei nonni, che gli lasceranno una piccola rendita amministrata da un curatore. Con un anticipo sui redditi futuri, Davies, “pieno di speranze e di progetti”, si imbarca così per l’America.

Fin da subito, in un Paese attraversato alla fine del secolo scorso da una grave crisi commerciale,  Davies da New York comincia i suoi spostamenti con diversi compagni di strada, alcuni noti mendicanti con i quali affinerà l’arte del mendicare, apprendendo anche la capacità di evitare la prigione, spesso pagando pochi dollari; oppure sfruttando la calda accoglienza delle stesse, specie nei periodi invernali. Per gli spostamenti i treni merci rappresentano il mezzo più usuale, anche se spesso pericoloso. Rientra in Inghilterra e percorrerà avanti e indietro l’oceano più volte, rischiando la vita con i movimenti imprevisti dei capi di bestiame cui badare.

Dopo aver trascorso quasi cinque anni di vagabondaggi negli States e con la parziale sicurezza della piccola rendita, Davies rientra in Inghilterra per poi ripartire  per il Canada, attratto da una descrizione del Klondyke come una terra d’oro, vista in un giornale della sera. Ed è durante uno dei suoi spostamenti in treno che Davies manca lo scalino di un treno in corsa, rischia la vita e subisce l’amputazione di un piede. Visti gli oggettivi impedimenti fisici, rientra a Londra e la sua irrequietezza si riversa sul versante intellettuale. Dopo un anno di letture e di lavoro di scrittura di poesie, le stampa in migliaia di copie, tenta la vendita porta a porta e, quindi...brucia tutto.

Ricomincia così a girare per città e campagne, facendo l’arrotino e il mendicante, cercando con i proventi di pubblicare un suo lavoro, fino all’originale stretegia di marketing testimoniata dallo stesso Shaw in prefazione. Questa, unitamente ad un paio di recensioni positive, lo porteranno ad una relativa notorietà, pur senza far venire meno vicissitudini ed affanni. Così si conclude il suo lavoro: “…ho la consolazione di sapere che molti poveri diavoli, che non hanno il talento o i mezzi per rendere pubbliche le loro esperienze, sanno che io ho scritto la verità. Questa non è che una misera consolazione, perché quei poveri diavoli non sono gente che sia in grado di sostenere un campione della loro causa, bensì, sono persone che soffrono, impotenti, nelle mani di una classe più forte.” 

Finale all’apparenza mite e dimesso, ma che in realtà assume le vesti di una sorta di dichiarazione di guerra, supportata dall’intera propria esistenza.

Giorgio Macario





giovedì 29 agosto 2019

RESTITUIRE PAROLE. di C. Benelli, D. Bennati e S. Bennati


Caterina Benelli – Daniela Bennati – Sara Bennati

RESTITUIRE PAROLE
Una ricerca autobiografica a Lampedusa


(Mimesis, Quaderni di Anghiari, Giallo, N. 4, Milano, 2019)

Recensione autobiografica di Giorgio Macario

Era il febbraio del 2013 quando, nell’ordine del giorno dell’incontro dei Collaboratori territoriali alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, venivano fatti i primi riferimenti alle ‘Proposte per un progetto da attuare con Lampedusa’ e la proposta provocava un consistente impatto emotivo, suscitando un interesse diffuso. Il progetto era volto ad approfondire le esperienze di accoglienza in atto nell’isola di Lampedusa, intenta da almeno un paio di anni a fronteggiare l’emergenza costituita dagli sbarchi dei migranti. Di lì a breve ci sarebbe stata la ‘strage senza precedenti’ del 3 ottobre 2013, “una tragedia rimasta negli occhi e nei ricordi di tutti noi”, come ben sottolinea Caterina Benelli nella prima parte del quaderno ‘Restituire parole’.
La ricerca-intervento di tipo autobiografico viene poi avviata nel corso del 2014, e tutta la prima parte del quaderno, nella sintesi della Benelli, traccia le diverse fasi che hanno caratterizzato questa ricerca esplorativa di matrice pedagogica, nell’ambito di quello che viene ormai considerato da molti un “’laboratorio educativo’ di cittadinanza attiva.”

L’indagine esplorativa, volta alla conoscenza della difficile realtà dei naufraghi e della popolazione ospitante, si è indirizzata ben presto verso i lampedusani, mettendo al centro le narrazioni dei diversi ‘testimoni privilegiati’ di Lampedusa, veri e propri “eroi ed eroine anonime” da considerare come “protagonisti silenziosi di una storia minore e che ha viaggiato in maniera parallela, ma dietro le quinte, con la grande narrazione mediatica.”
In tal modo la ricerca autobiografica si è snodata attraverso undici colloqui narrativi, in profondità, realizzati nel 2015 a Lampedusa; una prima restituzione al Festival dell’Autobiografia di Anghiari del 2016; gli approfondimenti e le integrazioni ai colloqui, realizzati nel 2017 nel corso della seconda fase lampedusana; sempre nel corso della seconda fase nel 2017 viene progettato e realizzato un laboratorio autobiografico presso l’Istituto Omnicomprensivo dell’isola -che rientra nel più ampio progetto nazionale della LUA denominato ‘Nati per Scrivere’- unitamente ad azioni formative con il corpo docente.

In sintesi gli esiti della ricerca vengono condensati in tre riferimenti chiave che riguardano l’accoglienza, la collaborazione e le proposte formative, tematiche da connettere alla centralità di azioni di ‘restituzione pubblica’ che potranno giovarsi, in futuro, anche del lavoro di sintesi realizzato con questa pubblicazione.
Pubblicazione che vede nella seconda parte del quaderno (‘Andar per storie’), curata da Daniela Bennati, ben delineata ‘la voce dei lampedusani’, tramite profili biografici in particolare di quattro dei narratori incontrati, selezionati “per far arrivare voci il più possibile differenti fra loro”.

Nella terza parte (‘O’ scià. Le bambine e i bambini di Lampedusa’), curata da Sara Bennati, viene riferita l’esperienza di laboratorio autobiografico condotto nel 2017 con due gruppi di studenti della scuola secondaria di primo grado, finalizzato ad invitare i ragazzi a scrivere in un contesto non valutante garantito dal ‘patto autobiografico’; l’esperienza viene attuata con l’ausilio di sollecitazioni precise, volte, fra l’altro,  a permettere “di condividere i propri desideri, le proprie paure, i progetti, i sogni, le abitudini e i dubbi”, oltre a “manifestare i sentimenti, le emozioni, gli stati d’animo e le tensioni affettive.”

Ed è l’avvincente lettura delle conclusive ‘Considerazioni a margine del volume’ che restituisce, tutto intera, la potenza della scrittura autobiografica, non solo di adulti che partecipano con il (necessario) sorriso sul volto e la tristezza nel cuore agli sbarchi che si susseguono più volte anche nella stessa serata, ma anche di bambini di prima media che chiamati a immaginarsi futuri sindaci di Lampedusa, nel loro programma ideale sono capaci di scrivere: “(…) Darei i documenti ai migranti per permettergli di arrivare in aereo e non con le barche  che poi tanto lo sappiamo come va a finire. Farei chiudere il centro e li farei andare dove vogliono come gli uccelli. Darei lo stipendio agli spazzini e chiuderei le buche per strada.”

Una bella lezione di concretezza e umanità che molti adulti dovrebbero ascoltare e fare propria.

lunedì 24 giugno 2019

Introduzione all'intervista di Teresa Ramunno ad Eugenio Borgna


Intervista a Eugenio Borgna, realizzata dopo la premiazione al Festival dell’Autobiografia 2018



Fra i più eminenti psichiatri italiani, per motivi di salute non ha potuto essere presente alla consegna del Premio Città dell’Autobiografia 2018 conferitogli, ma ha voluto ugualmente presenziare inviando un toccante saluto presentato e letto da Duccio Demetrio, fondatore della LUA, a tutti i partecipanti al Festival.
Se in fase di pubblicizzazione del Festival 2018 è stato possibile parlare del prof. Borgna e di alcuni aspetti del suo pensiero tramite una originale presentazione curata dall’amica Teresa Ramunno e organizzata attraverso una ‘intervista immaginaria’ (che è possibile leggere, per chi fosse interessato al link: http://lua.it/staff/festival-lua-eugenio-borgna/ ), oggi possiamo invece leggere direttamente l’intervista -questa volta ‘in presenza’- che la stessa Teresa Ramunno ha potuto realizzare in occasione della consegna della targa del premio Città dell’Autobiografia, avvenuta per suo tramite presso la stessa residenza del prof. Borgna il 12 ottobre scorso.
L’intervista che ho qui il piacere di introdurre e che viene correttamente inserita fra i ‘Materiali di Area Autobiografica’ del nostro sito, consente non solo di ripercorrere alcuni dei principali contributi innovativi portati da Eugenio Borgna all’evoluzione del pensiero psichiatrico, ma permette al lettore di cogliere aspetti centrali del pensiero autobiografico (a partire dalle Confessioni di S. Agostino) ancorati all’attualità. La gradevolezza del percorso tracciato dall’intervistatrice, unitamente alle sue competenti citazioni tratte dai lavori di Eugenio Borgna, consentono di apprezzare ancor meglio le connessioni associative realizzate dall’eminente psichiatra e da lui supportate, quasi senza soluzione di continuità, con puntuali citazioni in tema. Un cammino appassionato che, pur nella relativa brevità del percorso, fornisce una miriade di spunti per altrettanti approfondimenti.
Giorgio Macario (Direzione Scientifica LUA)
Questo il link all’intervista:

domenica 23 giugno 2019

CONVERSAZIONI PRIVATE di Luciana Savignano con Cristiano Cassani


Luciana Savignano con Cristiano Cassani
CONVERSAZIONI PRIVATE


a cura di Olga Karasso

(Edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni 2019)




 Recensione autobiografica di Giorgio Macario

“Niente succede per caso. Se si è distratti o superficiali…si rischia di perdere molto.” Così Luciana Savignano, grande etoile della danza, nelle primissime battute di queste interessanti ed intriganti ‘conversazioni private’ che intrecciano reciproci pensieri e ricordi personali -sia suoi che di Cristiano Cassani, psicosocioanalista e formatore esperto- sotto forma di racconto. E poco prima, lo stesso Cassani nell’introduzione al volume, aveva affermato “L’idea (di questo libro, ndr) era in qualche modo sorta dopo aver letto il libro Conversazioni private di Ingmar Bergman: una narrazione introspettiva che mi aveva parecchio intrigato.”
Ed è stato con la successiva e progressiva lettura degli otto incontri realizzati fra protagonista e co-protagonista del racconto che ho avuto modo di ritornare con il pensiero al volume che ho pubblicato nel 2013 con il patrocinio della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, dedicato anch’esso a ‘Conversazioni’[1].
Se nel caso di Bergman erano i suoi genitori ad essere al centro dell’analisi dei sentimenti, con ricostruzioni narrative che coinvolgevano anche l’autore, e se nel lavoro dedicato agli incontri che ho avuto con Luzzati in circa tre anni erano le sue produzioni artistiche provenienti da tutto il mondo ad innescare i resoconti narrativi che intrecciavano ricostruzioni autobiografiche del protagonista con ricordi biografici dell’interlocutore, i sette mesi durante i quali Luciana Savignano ha accettato di accogliere nella sua abitazione Cristiano Cassani e conversare con lui in maniera informale hanno consentito una sorta di work in progress particolarmente originale. Se infatti da un lato l’artista parlerà del suo lavoro e delle relazioni intercorse con altri grandi personaggi del mondo della danza e non solo, lo psicoterapeuta appassionato di fotografia – perché la scintilla in questo caso era sorta da fotografie da lui scattate in diverse occasioni a partire da un incontro di 25 anni prima- cederà progressivamente alle insistenze dell’interlocutrice condividendo alcuni aspetti “a metà strada fra il personale e il professionale”. La particolarità di queste piacevoli e scorrevoli conversazioni – che non casualmente, anche in questo caso, saranno presentate al prossimo Festival dell’Autobiografia dedicato a ‘Scritture d’amore. Forme e declinazioni dell’affettività’- risiede proprio nel crescendo di una confidenza sempre misurata che consente di gettare uno sguardo sugli incontri e sul mondo interiore di una grande danzatrice, ma non trascura qualche affondo sul ‘sentire’ del proprio interlocutore, se proprio questi conclude il volume affermando: “Eccomi diventato suo paziente! Cara Luciana, lei è per davvero una donna straordinaria.”


[1] ‘G. Macario, Conversazioni con Lele. 15 racconti e 20 incontri con Emanuele Luzzati, Youcanprint, 2013.

domenica 9 dicembre 2018

GIAMPIERO ALLOISIO in 'Il Maestrone - I miei anni con Francesco Guccini'

Un esempio di Cultura Autobiografica Musicale.



GIAN PIERO ALLOISIO in: IL MAESTRONE – I miei anni con Francesco Guccini
                                                         
di Giorgio Macario[1]


Venerdì 7 dicembre 2018 ho potuto assistere, presso il Teatro della Tosse di Genova, alla prima nazionale del nuovo spettacolo di Gian Piero Alloisio che racconta le canzoni e le passioni degli anni ’70.


Perchè parlarne in chiave autobiografica? E perchè farne un’esempio di Cultura Autobiografica Musicale? Principalmente perchè l’attuale fase di costruzione in tutta Italia dei Circoli di Scrittura e Cultura Autobiografica nell’ambito della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari è proprio orientata a valorizzare, oltre allo specifico delle attività laboratoriali di scrittura, tutto quel macrocosmo che può essere significativamente denominato come appartenente alla ‘cultura autobiografica’ più in generale.


E visto che in ambito autobiografico, partire da sè e da quanto si prova, aiuta a connotare in modo più partecipato e meno astratto le riflessioni che transitano attraverso la scrittura, vi dirò subito che Gian Piero Alloisio -del quale ho scoperto solo ieri di essere coetaneo- ha rappresentato uno degli autori musicali che più ho stimato in gioventù, seguendo in particolare l’innovativa sua esperienza dell’Assemblea Musicale e Teatrale , che dal 1975 al 1979 ha accompagnato la mia giovinezza e le esperienze più significative della cultura giovanile di quel periodo.


“Questo non è un tributo, nemmeno una biografia, semmai è una summa di quello che provavo io, ai tempi ventenne,  cosa mi girava intorno in quei quattro anni di preziosa collaborazione”.  Così lo stesso Alloisio parlando dello spettacolo dedicato alla sua collaborazione con Francesco Guccini nella seconda metà degli anni ’70. In questo periodo l’A.M.T. (che non è l’azienda dei trasporti genovese, come tiene a precisare lo stesso autore!) con Alloisio front-man e voce del gruppo, apre i principali concerti di Guccini. Basterebbe ricordare che le canzoni ‘Venezia’ e ‘Dovevo fare del cinema’ sono interpretate da Guccini ma scritte da Alloisio, mentre per altri testi è accaduto l’inverso ed altri ancora sono stati scritti insieme.


Ma veniamo allo spettacolo, durante il quale Alloisio si è fatto accompagnare dalla magica chitarra di Gianni Martini, anche lui co-partecipe delle esperienze narrate, ed ha entusiasmato il folto pubblico presente alternando i racconti delle sue personali esperienze con ‘il maestrone’ (soprannome di Guccini legato sia alla sua grandezza musicale che alla sua ‘presenza’ fisica) con l’esecuzione di alcuni fra i più bei brani del suo repertorio, tratti prevalentemente dal mitico LP di esordio ‘Dietro le sbarre’ e da ‘Marilyn’, quest’ultimo prodotto dallo stesso Guccini.


Ottima la sua presenza scenica, che riesce ad emozionare ed a far sorridere a fasi alterne un pubblico più che attento, aggiungendo brani di tributo come ‘Ho visto anche degli zingari felici’ per l’amico Claudio Lolli e ‘Ciao amore ciao’ per Luigi Tenco, rivendicando il ruolo di anti-Sanremo  del Premio Tenco per la canzone d’autore, che ha visto Guccini protagonista e vincitore in più di una edizione. L’unica delusione, probabilmente dettata dall’aver dedicato un’intero spettacolo di grande successo all’amico Giorgio Gaber, con il quale ha collaborato per 16 anni, è stato l’intonare la prima strofa di un brano insuperabile come ‘Il dilemma’ e interrompere un’emozione per riprendere il filo della narrazione con i riferimenti allo spettacolo ‘Ultimi viaggi di Gulliver’ realizzato nel 1981 proprio con Gaber, Luperini e con lo stesso Guccini. Scelta comprensibile ma che anche adesso che sto scrivendo mi ha spinto ad interrompermi per riascoltare questa poesia in musica in entrambe le versioni, sia di Gaber che dello stesso Alloisio.



Per concludere, credo che questo contributo di teatro-canzone ben rappresenti un intreccio significativo fra un filo conduttore autobiografico, che ha per protagonista ed interprete principale lo stesso Alloisio, e un costante riferimento biografico a Francesco Guccini, suo mentore e ispiratore. Un esempio significativo, appunto, di cultura autobiografica musicale. Da non perdere.

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[1] Formatore e psicosociologo, è membro della Direzione Scientifica della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e responsabile della comunicazione.

giovedì 29 novembre 2018

A LIBRO APERTO. Una vita è i suoi libri. di Massimo Recalcati

MASSIMO RECALCATI

A LIBRO APERTO. Una vita è i suoi libri

(Feltrinelli Editore, Milano, 2018)


Invito alla lettura di Giorgio Macario

“Questo libro racconta come un libro possa diventare un vero e proprio incontro, come l’esperienza della lettura possa contribuire in modo decisivo nel dare forma singolare a una vita. Si può leggere come una sorta di autobiografia costruita attraverso la lettura di alcuni dei libri che sono risultati determinanti per la mia formazione di psicoanalista, di intellettuale e di uomo. Non siamo forse noi tutti fatti anche dai libri che abbiamo letto? I libri non sono forse delle esperienze che ci hanno segnato?”
E’ lo stesso Massimo Recalcati a introdurre egregiamente il suo ultimo libro che ci parla di altri libri, i libri che più ha amato e che raccontano la sua vita. I libri che hanno letto la sua vita -come ci tiene a precisare- perchè “leggere significa anzitutto essere letti dal libro, esporsi alla lettura del libro.” E se è vero che un libro è un incontro -meglio, un incontro d’amore, ci dice l’autore-, è anche vero che nel libro ritroviamo pezzi di noi stessi, dimenticati o non ancora conosciuti.

Sembra quasi che i libri offrano al lettore un proprio contributo biografico, teso a sostenere il lettore nella costruzione di una parte della propria autobiografia. Ed è così che l’Odissea di Omero vede Recalcati bambino trovare talmente irresistibile il ritorno di Ulisse da far dimenticare, nel ricomporre la ferita dell’assenza del padre, il vero finale del poema con il nuovo viaggio di Ulisse; che il sergente nella neve di Rigoni Stern lo riporta al suo incipit vitale di neonato sopravvissuto al “freddo emotivo dell’incubatrice”; che la Nausea di Sartre lo ricollega, fra l’altro, lui studente di filosofia alla Statale di Milano, all’esperienza di radicale assenza di senso dell’esistenza; che Al di là del principio del piacere di Freud lo rimanda alle riflessioni sulla pulsione di morte connessa alla ‘coazione a ripetere’, e proprio la ricerca di una apertura effettiva alla vita lo conduce, al termine degli studi di filosofia, al divano del suo primo analista; che gli Scritti di Lacan lo attraggono perchè assolutamente indecifrabili, bizzarri e illeggibili, al pare dei suoi sintomi che a breve lo porteranno, terminati gli studi, ad abbandonare la promettente carriera universitaria cui si frapponeva una ingombrante angoscia; e così via.

Se la seconda parte del volume ripercorre il contributo dei nove libri-incontri alla sua crescita, la prima parte, dedicata a riflessioni sulla funzione del libro, offre interessanti squarci su librerie e biblioteche interpretate come inconscio del soggetto (il primo sogno che Recalcati ci dice di aver portato in analisi); su pazienti bibliofili che tendono a sostituire la vita con i libri; sul libro come lezione dell’aperto contro il chiuso; sul libro come narrazione dell’esperienza; sulla forza del libro come forza del desiderio; per non citare che alcuni dei temi trattati. Fino a comprendere, ci dice Recalcati, che i libri ‘ci prendono’ proprio quando evocano “frammenti sepolti o ardenti del nostro passato”, ed è allora che “i confini del libro (...) si dilatano in me, proprio mentre il libro mi porta presso di sè.” Un modo particolarmente originale per intrecciare lettura e scrittura di sè.