giovedì 20 febbraio 2020

I MIEI ANNI SULL'ACQUA - di Ada Trifirò - Recensione

I MIEI ANNI SULL'ACQUA

di Ada Trifirò
(Youcanprint, 2019)


Recensione di Giorgio Macario


Una delle cose che mi ha colpito fin da subito in questo agile volume, da genovese, è la presenza dell’acqua fin dal titolo. Ed è la stessa autrice, dopo aver delimitato i confini delle sue scritture diaristiche dal 2011, che l’ha vista come ‘cooperante espatriata’ in Uruguay già da alcuni anni, al 2018, rientrata in Italia fin dall’anno precedente, a motivarci i perché della presenza dell’acqua in un “titolo arrivato per ultimo. Mentre rileggevo queste pagine, l’immagine più forte era di acqua: acqua nelle mie memorie. Acqua come il Mar Mediterraneo da cui mi sento nata. E come Rio de La Plata che mi ha adottata. Acqua, come emozioni incontenibili; come quella freschezza che spegne il fuoco dell’anima; come purificazione e rinascita.”

Ma il diario “è un’esperienza intima e segreta, o è la ricerca di uno spazio aperto al confronto?” -si chiede Elena Madrussan nel suo ‘Forme del tempo/Modi dell’io. Educazione e scrittura diaristica’.

Dal dipanarsi di questi anni vissuti prevalentemente in Uruguay – con missioni che l’hanno portata in mezza America Latina- sembra di poter cogliere la prevalenza del primo aspetto. Sono molti, infatti, gli elementi di autoanalisi del proprio percorso personale e familiare ad emergere.

Con il  2011 de ‘La mia vita a testa in giù’, caratterizzato dalla rievocazione delle radici familiari, da nonna Ada proveniente dal New Jersey, alla mamma che “viaggiava con la mente e con il cuore” e al papà che poteva annoverare fra le sue esperienze anche sei mesi trascorsi in Germania a costruir ferrovie; ma anche con il 2012 dei ‘Nuovi sentieri per i mie passi’, che introducono il richiamo alla propria nascita (“Di fronte a questo mare sono nata in una notte d’estate”) e la determinante esperienza dello yoga nella propria vita.
Con una venatura poetica ed intimistica che attraversa tutto il percorso, come in questo bel passaggio della notte di Capodanno del 2014 a Capo Polonio: “Non posso avvicinarmi al mare senza che le mie acque interiori si agitino. E come onda inquieta, navigo fra i labirinti dell’anima.”

Ed ancora dai maggiori investimenti sulla famiglia e sulla coppia del 2016 alla ripresa del viaggio e al rientro in Italia del 2017.

D’altra parte emergono anche diversi riferimenti che presentano spazi aperti al confronto: dallo stesso impegno nella cooperazione internazionale dell’autrice alle osservazioni sul “perché sono femminista”; dalle riflessioni sul consumismo al grido esasperato del “Basta guerra!”. E lo stesso racconto da parte dell’autrice di alcune tappe della propria vita “si fa storia da condividere.”

Scrivere a partire dai propri diari non è facile, se uno studioso quale Fabrizio Scrivano nel suo testo su ‘Diario e narrazione’, scrive: “Ogni giorno alcuni milioni di persone si siedono a scrivere qualche riga di diario. Nella maggior parte dei casi sono pensieri, avvenimenti e parole che non interessano nessuno, qualche volta neppure a chi li scrive. Scrivere qualcosa di interessante è un fatto davvero eccezionale.”

In questo caso concluderei rassicurando il futuro lettore: l’interesse dell’autrice per le vicende narrate traspare dall’intensità del racconto e il mio personale interesse è testimoniato da queste stesse parole. Buona lettura.
 


giovedì 6 febbraio 2020

IL NODO NEL CERCHIO - di Carla Di Bert - Recensione

IL NODO NEL CERCHIO

di Carla Di Bert

(KAPPA VU Narrativa, Udine, 2019)



Recensione di Giorgio Macario



Dieci giorni trascorsi nel piccolo eremo di San Romedio rappresentano l’unità temporale racchiusa in 130 pagine che hanno il pregio non indifferente di essere di agevole lettura.

La necessità da parte di Anna, la protagonista del racconto, di “ritagliarsi uno spazio di riflessione lontano dalle urgenze della vita quotidiana” costituisce l’incipit della narrazione che mantiene un parallelo fra le sofferenze e le inquietudini della donna e la tristezza che promana dalla presenza del vecchio e malato orso Bruno, vissuto da sempre con una catena al collo e intrappolato nel suo mondo autistico.

Ma i motivi di interesse che crescono parallelamente al succedersi delle giornate sono almeno due. 
Il primo è costituito dall’intreccio fra lo sviluppo della trama che racconta, in terza persona, le inquietudini crescenti della protagonista riflesse nei dialoghi con le figure che si incontrano presso l’eremo e i momenti di riflessione autobiografica, in prima persona, che anche attraverso soste ‘numerate’ su panchine, ricostruiscono le vicissitudini familiari di Anna legate in particolare alla malattia del padre.
Il secondo riguarda l’utilizzo soft di citazioni filosofiche, dal carattere niente affatto cattedrattico, con le quali la giovane docente precaria in un liceo psicopedagico arricchisce e approfondisce la narrazione: dalle monadi di Leibniz ai detti epicurei, dal mito di Er nella ‘Repubblica’ di Platone alle citazioni ‘esistenziali’ di Schopenhauer, dall’Essere per la morte heideggeriano ai riferimenti a Sant’Agostino, per non citarne che alcune. Anche se non mancano, complice la presenza nella narrazione del figlio del veterinario, alcuni accenni alla Saga di Harry Potter.

Un libro che, nel commento di Duccio Demetrio in quarta di copertina, si presenta come sì “orientato verso gli universali temi del dolore e della morte”, ma richiama al contempo i temi “della salvezza e della rinascita”.

Con una narrazione spesso caratterizzata da un incedere poetico. Come in questo passaggio, uno fra i tanti: “…spuntava come un piccolo giacinto rosa, sbocciato ai primi tepori di marzo nel cortile della sua abitazione. (…) Il fiore era irrimediabilmente inclinato e la sua mano non poteva in alcun modo risollevarlo. Lo stelo ricadeva sfinito. Ma nel pomeriggio un timido calore era ricomparso e i petali si erano ridestati, come per incanto.”

Un intreccio sapiente di elementi ben dosati che aiutano la riflessione di ciascuno nel proprio cammino esistenziale. 


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domenica 5 gennaio 2020

DA WOODSTOCK A PARCO LAMBRO: UN TUFFO NEL PASSATO.


WOODSTOCH 50th
(Genova, Teatro Govi - 4 gennaio 2020)



Nel 1976, a vent'anni, in moto con la mia Morini 350cc, al Festival di Parco Lambro a Milano, ero uno dei 100.000 presenti.



L'eco dei 500.000 giovani presenti a Woodstock sette anni prima, nel 1969, risuonava ancora forte.



E' questo il pensiero che mi è tornato alla mente ieri sera alla rievocazione di 'WOODSTOCK 50th'.



Un tuffo musicale nel passato che la presenza alle percussioni di Dado Sezzi, il mio istruttore di batteria di un secolo fa, ha contribuito a rendere ancor più familiare.



Di Paolo Bonfanti alla chitarra non si possono dire che meraviglie ma tutti i musicisti e i/le cantanti che si sono avvicendate sul palco hanno dato il meglio di sé.



Risultato: una bella serata e tre ore di ottima musica.





domenica 15 dicembre 2019

SPUNTI AUTOBIOGRAFICI DALLA CONFERENZA DI MASSIMO RECALCATI SU 'LA PROFESSIONE DI PSICOANALISTA'



SPUNTI AUTOBIOGRAFICI DALLA CONFERENZA DI MASSIMO RECALCATI
SU ‘LA PROFESSIONE DI PSICOANALISTA’
(Genova, Palazzo Ducale – 11 dicembre 2019)

                                                                                                 di Giorgio Macario



Perché più di un migliaio di persone, fra le quali il sottoscritto, stanno comodamente sedute, ma in molti casi scomodamente assiepate, intorno ad un professionista che parla della psicoanalisi come di una professione non convenzionale? Perché Massimo Recalcati non è uno psicoanalista qualunque, mi si potrebbe rispondere; o anche perché è molto conosciuto e stimato, qualcun altro potrebbe sostenere; oppure perché scrive libri non solo comprensibili, ma anche gradevoli.

Tutto vero. Ma ciò che penso affascini di più, e per quanto mi riguarda questo è ciò che mi spinge a cercare di essere presente ai suoi incontri pubblici anche al termine di giornate di lavoro abbastanza impegnative come l’odierna,  è la sua capacità di parlare agli altri partendo dalla sua personale esperienza della vita magistralmente intrecciata con i pensieri e le riflessioni di psicoanalisti, di filosofi e di studiosi che alla stessa vita hanno cercato di restituire un senso più compiuto.

E’ per questo che, nel tentativo di restituire una piccola parte di quanto mi è stato concesso ascoltare in quasi un’ora di conferenza da lui tenuta quest’oggi al Palazzo Ducale di Genova, non riesco a far di meglio che condividere, con chi avrà la voglia e la pazienza di leggere questo scritto, un parziale resoconto di quanto da lui riferito, resoconto basato su appunti scritti in piedi appoggiato ad un muro , intrecciandolo con alcuni passaggi della mia personale esperienza di vita.

A partire dal primo concetto espresso sulla professione dello psicoanalista come mestiere impossibile, citando Freud, alla stregua dell’arte politica del governare e dell’arte pedagogica dell’educare. Come non condividere un tale avvio che mi ha riportato immediatamente al mio primo testo significativo su “L’arte di educarsi” che, ormai venti anni fa, citava  nell’incipit “Educare è un compito impossibile in un mondo così complicato”, per poi caratterizzare l’educare anche come una necessità, una missione, un impegno sociale, una competenza naturale e infine una professione?

Ma come se non bastasse, ecco subito un secondo riferimento capace di tuffarmi nel passato remoto dei primi anni della mia professione di educatore di comunità per adolescenti: in realtà, dice Recalcati, fare lo psicoanalista può anche essere rappresentato come una sorta di ‘non fare niente’, che Lacan avvicina alla tradizione Taoista. Come dimenticare le parole di molti ragazzi ospitati in comunità: “Ma davvero ti pagano per stare qui con me? Stai con me, non fai niente e ti pagano anche?” per poi concludere: “magari anch’io da grande farò l’educatore…”.

Ed è a questo punto che il racconto di Recalcati diventa profondamente autobiografico, a partire dalla affermazione di Lacan che non si diventa psicoanalisti per vocazione, bensì accade un incidente di percorso e lo si diventa come piano ‘B’. Dal percorso legato alle aspettative del padre affinchè diventasse floricoltore, in qualità di primo maschio della famiglia, Recalcati riferisce di essere passato ben presto all’aspirazione di diventare poeta (riuscendo comunque a portare alla maturità un lavoro sulla poesia friulana di Pasolini) e, una volta realizzato di non avere un simile talento, filosofo. Buoni maestri e due borse di studio post laurea per l’Università di Pisa e di Francoforte sembravano aver già tracciato la via maestra di una possibile carriera universitaria, quando il suo personale ‘incidente di percorso’ gli si propone davanti agli occhi con la prorompente intensità di un incidente d’auto mortale che lo vede come primo soccorritore. Una figlia sopravvissuta che dice alla madre morta: “mamma perdonami, ti ho uccisa”. Lo spalancarsi di un abisso nel quale si sente travolto dall’angoscia che lo porta a porsi la domanda di una vita: proseguire o cambiare?

L’analisi personale (e sentendo della sua lunghezza ultra-ventennale il mio pensiero è corso al saggio di Freud  Analisi terminabile e interminabile’ che avevo giusto letto per la prima volta in prossimità della conclusione della mia psicoterapia psicodinamica) e l’interesse per l’inconscio testimoniano quindi la solida verità che si diventa psicoanalisti perché si sta male, e si è tenuti non solo a conoscere il proprio inconscio, ma occorre ‘diventare’ il proprio inconscio. Tenendo presenti diverse affinità di questi percorsi con le esperienze spirituali, citando le ‘Confessioni’ di Sant’Agostino.

Chissà se qualcosa di simile, penso a questo punto, mi è capitato nella scelta post-diploma scientifico che mi ha portato a preferire gli studi umanistici, sociali e psicologici alle aspettative materne che mi volevano, in quanto primogenito maschio, ingegnere, o alla capacità attrattiva dell’impegno di mio padre come stivatore e direttore di sbarchi e imbarchi nel porto di Genova, dopo diversi anni della mia adolescenza passati a condividere con lui piccole parti del suo impegno.

Ma è il ‘tripode freudiano’, citato da Recalcati come base della professione di psicoanalista, a distogliermi dai miei pensieri:  sapere tecnico, analisi personale e supervisione appaiono come altrettante architravi dell’impegno professionale. Un richiamo alla razionalità sistematizzante, subito accompagnato da un risvolto profondamente emotivo che attraverso la citazione di Fabrizio De André, poeta genovese (‘Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior’), richiama la passione dichiarata per le storie dei pazienti, una passione per ciò che è storto, non è dritto, è imperfetto. E come non riconoscere nella successiva affermazione: “Amiamo le cause perse, perché siamo cause perse” una sensibilità molto particolare? In un lampo, decenni di impegno in ambito educativo, sociale, psicologico e psicosociologico, ma anche formativo e giuridico, si prestano ad essere indagati con una nuova chiave di lettura.

Ed è così che le successive affermazioni sull’importanza dell’onorare la parola, dell’ascoltare e dello stare in silenzio per poterlo fare in maniera adeguata, onorando le parole di chi parla con l’assenza di giudizio di un atteggiamento non valutante, non possono che richiamarmi le molte assonanze con il patto autobiografico che nella Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari si applica nell’ambito della scrittura di sé.    
            
Per giungere, quindi, alla significativa conclusione con un aneddoto, tratto dalla biografia di Freud scritta da Ernest Jones, in merito ad una conferenza di Freud negli Stati Uniti nella quale un disturbatore si mette a rumoreggiare e viene ripreso dal rettore; questo continua imperterrito  e il rettore lo fa accompagnare fuori dalla sala scortato dagli uscieri; ma ancora si sentono colpi sulla porta della sala e il rettore, spazientito, appare determinato a chiamare la polizia, quando Freud interviene per dire ‘no, facciamolo entrare e facciamolo parlare’, intendendo: avrà delle ragioni per protestare così tenacemente e dovremmo ascoltarlo, come dovremmo fare con le parti di noi che faticano a farsi ascoltare. Le voci esterne e quelle interne a questo punto si fondono e mi avvio all’uscita pensando che è proprio l’essere capaci di ascoltarci fino in fondo che ci può aiutare ad ascoltare gli altri.



lunedì 2 dicembre 2019

I LIBRI CHE 'CI PRENDONO'. Contaminazioni biografiche nel percorso autobiografico. di Giorgio Macario

Milano, 25 novembre 2019
Università degli Studi di Milano
I Seminari di Apice
“Il libro di una vita”



L'intervento che viene qui riprodotto, elaborato per il Seminario dell'Università degli Studi di Milano 'Il libro di una vita', è stato inserito fra i materiali del Centro Studi della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari (http://lua.it/centro-studi/) ed è stato successivamente pubblicato sulla rivista on-line 'Odissea', Blog Internazionale diretto dallo scrittore Angelo Gaccione
(https://libertariam.blogspot.com/2019/12/i-libri-che-ci-prendono-digiorgio.html).

I LIBRI CHE ‘CI PRENDONO’
Contaminazioni biografiche nel percorso autobiografico

                                                                                  di Giorgio Macario[1]



Vi sono libri che si leggono , seduti su un piccolo sgabello
Dinanzi a un banco di scuola. (…)
Ve ne sono che gli uomini saggi disprezzano
Ma che entusiasmano i fanciulli. (…)
Ve ne sono che, a leggerli sembrano rilucere,
Carichi d’estasi, deliziosi di umiltà.
Ve ne sono che s’amano come fratelli
Più puri e che han vissuto meglio di noi. (…)
A.      Gide, ‘I Nutrimenti terrestri’, 1897




Le modalità con le quali i libri possono ‘prenderci’ sono varie e diversificate, e il cuore delle sollecitazioni in tema che vorrei portare oggi da ‘non specialista’ in un contesto di ‘specialisti’, riguarda il quanto e come le parole scritte dall’altro (e quindi anche la sua biografia che comunque tende a trasparire dalle scritture di ciascuno) incontrino la vita (e le scritture) di ciascuno di noi.

Occupandomi da psicologo e psicosociologo, oltre che da formatore, della metodologia autobiografica da ormai una trentina di anni, sarà questa l’ottica visuale che farà da sfondo alle mie brevi riflessioni.
E, alla ricerca di prossimità, dovendo partire da qualcosa che possa sentire ‘Immediatamente vicino’, ho scelto di prendere spunto, nell’ambito del ‘Livres de chevet de Montaigne à Mitterand’, dalle riflessioni ivi contenute di uno dei ‘poeti di oggi’, Stefano Raimondi, che non casualmente condivide con me l’appartenenza al Consiglio Scientifico della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, e che fa riferimento al libro da comodino come un tassello autobiografico che “dice di noi attraverso una mediazione narrativa, poetica, saggistica.”

In questa direzione, ritengo che uno dei possibili contributi del ‘libro da comodino’ sia quello di offrire la possibilità di connettere le decine, centinaia, migliaia di fili-idee che uno o più di tali testi ci hanno consentito di maturare, collegando ciò che in gioventù e nella prima adultità consideriamo non collegabile, le molte storie-lavori-affetti delle nostre vite che tendono a viaggiare su linee parallele. Accade infatti, in certe fasi della vita  -anche prima di quanto si pensi con la diffusione della scrittura di sé in età infantile, in preadolescenza e in adolescenza- di poter cercare di connettere, di trovare nessi, snodi significativi che rendano avvicinabili i nostri diversi percorsi di vita.

Anche i libri che leggiamo -la letteratura, ma non solo, se consideriamo il ruolo che ad esempio i fumetti e le narrazioni fantasy si sono conquistati- o ri-leggiamo, i diversi libri sul comodino (o i libri cui spesso ricorriamo pur non portandoli fisicamente sul comodino) entrano a far parte di questi snodi essenziali. Perché è il flusso vitale delle nostre letture (come nel corto di animazione, della ‘Lessmore Production’, che ha vinto l’Oscar nel 2012, “The fantastic flying books of Mr. Morris Lessmore”) che fa rivivere  riflessioni, indicazioni, quesiti che qualcuno ha depositato in un ‘classico’ (o in un testo semi-sconosciuto) che si rivitalizza proprio in quanto letto e riletto. Non a caso, nel breve filmato di animazione citato, gli stessi dispositivi medici che vengono messi in campo per ri-dare vita ad un vecchissimo libro quasi abbandonato sugli scaffali alti della biblioteca, si rivelano inefficaci lasciando il posto alla lettura del vecchio ‘classico-dimenticato’ da parte del protagonista come cura efficace che gli restituisce la vita.



Ma ritornerei ai ‘libri che ci prendono’ del titolo, per pagare un doveroso contributo al recente testo di Massimo RecalcatiA LIBRO APERTO. Una vita è i suoi libri’, che ci dice “I libri che ‘ci prendono’, come si dice, sono i libri che hanno evocato le schegge della nostra ‘lalingua’, i frammenti sepolti e ardenti del nostro passato. Tuttavia, solo se leggo davvero me stesso -come insegna Agostino nelle sue Confessioni- potrò ritrovare l’eco della mia lalingua, la presenza dell’Altro in me, sin nelle mie viscere. I confini del libro allora si dilatano in me, proprio mentre il libro mi porta presso di sé.”[2] Solo un accenno al fatto che è stato Jacques Lacan, ci ricorda Recalcati, ad aver battezzato la nostra prima lingua, la lingua del corpo poiché fatta di ‘schegge del corpo’, come ‘lalingua’, inarticolata, non alfabetica, singolare, fatta di atmosfere, affetti, immagini e non solo, che “ciascuno ha incontrato agli esordi della sua vita attraverso la parola viva di chi lo ha accolto e cresciuto.”[3] L’interesse legato alla vita ed ai suoi libri, specialmente ai libri di riferimento (fra questi anche, ma non solo, i ‘libri da comodino’) è strettamente connesso al fatto che questi contribuiscono in modo determinante a dare una forma singolare alla propria vita, a segnarci nelle nostre esperienze, a consentirci di ritrovare pezzi di noi stessi, dimenticati o non ancora conosciuti. Rappresentano quindi una sorta di autobiografia, poiché vi rintracciamo pezzi di noi stessi (authòs), richiamando parti della nostra vita (bìos), e scrivendone in senso letterale o metaforico (graphein).

Ma dove possiamo rintracciare le contaminazioni biografiche al proprio percorso autobiografico, dato che -ci ricorda ancora Recalcati- “leggere significa anzitutto essere letti dal libro, esporsi alla lettura del libro”? Essenzialmente nel fatto che sono i libri ad offrire al lettore un proprio contributo biografico, e se nella seconda parte della sua riflessione Recalcati ricostruisce l’influenza nella propria vita di testi di autori lontani e vicini nel tempo (fra gli altri, da Omero a Rigoni Stern, da Sartre a Freud e Lacan), è nella prima parte che si possono rintracciare diverse riflessioni sulla funzione del libro con interessanti squarci su librerie e biblioteche interpretate come inconscio del soggetto; su pazienti bibliofili che tendono a sostituire la vita con i libri; sulla forza del libro come forza del desiderio, per non citare che alcuni dei temi da lui trattati.

Ritornando al tema centrale del ‘libro sul comodino’ come strumento di riflessione per indagare il rapporto fra individuo e lettura, è la stessa introduzione al volume oggi al centro dell’attenzione che apre ad un suo valore non solo intellettuale, bensì anche emotivo, affettivo ed intimo. Lo fa Alessandra Preda rievocando -in modo non dissimile dalle riflessioni prima fatte risalire da Recalcati a Lacan- “…la memoria della prima emozione di lettura e dello spazio originario in cui ha preso forma, fino a risalire al rituale dell’infanzia”, e assegnando al ‘libro sul comodino’ il ruolo di “compagno fedele del viaggio nel buio, sulla soglia del mondo dei sogni, o forse oltre”.

E se è vero, come riferisce Roland Barthes in Critica e verità, che in merito alla relazione che è possibile intrattenere con l’opera letteraria, la lettura si differenzia dalla scienza della letteratura e dalla critica per non avere con il testo un rapporto mediato dalla scrittura, favorendo un contatto immediato con l’opera letteraria, è altresì da considerare che il fatto che il ‘libro sul comodino’ abbia conquistato quel posizionamento lo rende, per ciò stesso, una parte del proprio percorso autobiografico. Anche non considerando le sottolineature, l’apposizione di segnapagina o le notazioni di proprio pugno che nel tempo possono essere state apportate al testo originale, la sua stessa rilevanza è strettamente connessa al considerarlo una propria estensione verso concetti e riflessioni se non compiutamente fatti propri, quantomeno vissuti come possibile implementazione delle proprie conoscenze o rafforzamenti autorevoli delle proprie convinzioni.

Come ci dice Lina Bolzoni nel suo recente testo Una meravigliosa solitudine [4]- “leggere è un’esperienza vitale che, attraverso l’incontro con il mondo intimo di chi scrive, consente di arricchire e ridisegnare se stessi”. D’altra parte leggere o meglio ri-leggere il/i propri testi di riferimento, i propri libri sul comodino, certamente mitiga i rischi dell’esposizione al nuovo, rassicurandoci con il ripetersi del già conosciuto dei tempi dell’infanzia, ma non per questo li annulla perché è lo stesso affinamento delle nostre capacità di avere sguardi ‘altri’ che ci può far scoprire nuovi itinerari laddove prefiguravamo la presenza di più rassicuranti strade già percorse.

Nell’intreccio fra questo tema e i miei interessi autobiografici e formativi, ho ricordato un passaggio del testo di Michela Murgia, Chirù, quando l’autrice fa dire alla sua protagonista “Nell’atto stesso di insegnare a qualcuno quel che sapevo, riconoscevo la superbia insita nel ruolo della docenza, l’idea intimamente violenta che l’altro fosse una creta della cui forma potevo contribuire a determinare la qualità.” [5] Ho quindi pensato al possibile ruolo del/dei ‘libri sul comodino’ come orientatori nell’insegnamento, ma anche nel rapporto educativo o in quello terapeutico, con la possibilità di estendere ad altri le maggiori sicurezze da noi acquisite con la lettura di quello specifico testo, oltre a lasciar loro uno spazio di espressione, esternalizzazione e parziale superamento delle proprie problematiche ancora senza nome. E’ chiaro che in questo caso il proprio percorso autobiografico assume una doppia valenza di contaminazione biografica: in primo luogo verso il contributo biografico presente nel testo scritto, che fa si che si crei un incontro fra me e chi lo ha scritto – certo nella convinzione che -con Baumann citato da Ezio Raimondi- “è proprio dell’io morale non essere mai sicuro della correttezza dell’interpretazione.”[6]; ma in seconda istanza è la mia stessa passione, il fatto che il libro l’ho letto non solo con la mente ma anche con il cuore, che mi può condurre al pensiero di offrire l’opportunità di una seconda contaminazione biografica a chi in qualche modo si aspetta un mio contributo di insegnamento, di orientamento educativo, di supporto psicologico o quant’altro. Va da sé che in questo caso, il mio ‘libro da comodino’ rientra compiutamente nella metafora del libro come un mare, proposta da Recalcati, che individua il libro come un mare sempre aperto, che apre e non chiude il mondo, esemplificazione della inesauribilità della lettura. La specificità che viene a crearsi nel nostro caso è che l’apporto biografico dello scrittore del testo sarà comunque arricchito dal nostro contributo autobiografico di lettura, e potrà determinare o meno nel destinatario della nostra proposta di lettura, una nuova contaminazione biografica del suo peculiare percorso autobiografico.



D’altronde, secondo Ezio Raimondi, “Se lo scrittore è l’origine, il passato ricostruito dell’opera, il lettore si impone quale progetto o postulato per comprendere e riflettere l’appello con cui l’opera si indirizza al collettivo della socialità non meno che al futuro.”[7]  La modalità citata di doppia contaminazione biografica appare in tal modo come una delle possibili prassi volte a indirizzare un’opera ‘al collettivo della socialità non meno che al futuro’.
E questo può accadere anche perché possiamo considerare il ‘libro da comodino’ come una promessa che si basa sulla nostra volontà di portarlo in giro e rispetto al quale -unitamente a Emanuele Azio Ferrari- possiamo chiederci: “Cosa posso farci con un libro? Come passare dalla lettura all’esperienza di renderlo cosa viva, fare in modo che da me passi ad altri, e navighi come una barca di carta verso nuove terre?”[8] A volte, poi, è lo stesso posizionamento del ‘libro da comodino’ che può non essere determinante, se può accadere che “A casa mia, adesso che mi guardo meglio intorno, i libri non finiscono mai. Il loro posto è dappertutto: anche sotto il letto, sui braccioli del divano, abbandonati sul pavimento.”[9]

Un ultimo riferimento vorrei dedicarlo ad alcune riflessioni che tengono insieme le sollecitazioni proposte da Duccio Demetrio sulla lettura e il desiderio di scrivere anche molto precocemente, sulle orme di Marcel Proust, [10]   alla sperimentazione di percorsi di scrittura autobiografica nella scuola primaria, documentati recentemente in una pubblicazione da me curata con una collega, dal titolo ‘Nati per scrivere’. Da un lato, come afferma Proust “la lettura può diventare una sorta di terapia quando ci aiuta a entrare nelle ragioni profonde del nostro io”, il libro che ci affascina ci aiuta ad uscire dalla immobilità, e ci permette di crescere, pensare e interrogarsi su chi siamo quale che sia la nostra età. Oltre al fatto che “dentro i libri che ci piacciono, che andiamo a rileggere ogni tanto come se volessimo ripassare sempre dagli stessi posti per sentirci a casa, c’è qualcosa che ci assomiglia”. D’altra parte la stessa possibilità di ‘farsi prendere da alcuni libri’, fino a trasformarli in ‘libri da comodino’ nelle fasi più adulte della nostra vita, sembra poter dipendere dal coltivare fin da molto presto una capacità narrativa in grado di accompagnare il sapere del racconto, aprendo “ dimensioni dell’apprendimento dall’esperienza, anche da parte dei piccoli, che offrono possibilità del darsi voce; del ‘non sentirsi senza una storia’; di percepire la ricchezza del pensiero e delle emozioni; di riconoscere il talento dell’ascolto di sé e degli altri maturando il rispetto della propria e altrui memoria.”[11]

Concluderei citando ancora Lina Bolzoni, che in una recente intervista, afferma: “Il dialogo che la lettura crea – con i grandi autori, da Petrarca a Macchiavelli, a Tasso, a Montaigne- ha inoltre una funzione essenziale: grazie a quel dialogo si riconosce il proprio io, si costruisce una memoria da cui trarre ciò che serve per scrivere opere nuove.”[12] Opere nuove che, in una visione allargata del metodo autobiografico come possibilità di compiuta espressione di sé e in costante dialogo con i propri ‘libri da comodino’, possano orientare non solo alla realizzazione di sé stessi, bensì anche alla generatività e sostenibilità del possibile incontro con gli altri; opere capaci di rendere inscindibile il legame fra percorso autobiografico e sensibilità biografica.





[1] Psicologo, psicosociologo e formatore. Membro della Direzione Scientifica e del Consiglio Scientifico della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. macario.g@gmail.comgiorgio.macario@lua.it
[2] Massimo Recalcati, A LIBRO APERTO: Una vita è i suoi libri, Feltrinelli, Milano, 2018, pag. 58.
[3] Massimo Recalcati, 2018, op.cit., pag. 52.
[4] Lina Bolzoni, Una meravigliosa solitudine, Einaudi, Torino, 2019.
[5] Michela Murgia, Chirù, Einaudi, Torino, 2015, pag. 94.
[6] Zygmut Baumann, citato in Ezio Raimondi, Un’etica del lettore, Il Mulino, Bologna, 2007, pag. 68.
[7] Ezio Raimondi, 2007, op. cit., pag. 23.
[8] Emanuele Azio Ferrari, IL POSTO DEI LIBRI. Per una biblioteca del cuore, Mimesis, Milano, 2019, pag. 91.
[9] Emanuele Azio Ferrari, 2019, op. cit., pag. 113-114.
[10] Duccio Demetrio, “Un percorso dedicato alla pedagogia autobiografica, ispirato a Marcel Proust”, pubblicato in tre puntate sul Portale Sesamo – Didattica Interculturale, il 18 ottobre, il 31 ottobre e il 14 novembre 2019.
[11] L. Danieli, G. Macario, NATI PER SCRIVERE. Il paesaggio fuori e dentro di me. Percorsi di scrittura autobiografica nella scuola primaria, Mimesis, Milano 2019, pag. 21.
[12] Silvana Mazzocchi, Lina Bolzoni: “Vi racconto il piacere della lettura”, La Repubblica, 2 ottobre 2019.

mercoledì 6 novembre 2019

L'AUTOBIOGRAFIA NEI SERVIZI RESIDENZIALI. Di Luciana Quaia

L'AUTOBIOGRAFIA NEI SERVIZI RESIDENZIALI

Condurre i laboratori di gruppo. 

Metodi, consigli pratici, strumenti.

di Luciana Quaia

(Maggioli Editore, 2019)



Recensione di Giorgio Macario


La navigazione fra arcipelaghi è la metafora scelta da Luciana Quaia per introdurre la sua recente pubblicazione sull’autobiografia nei servizi residenziali. L’autrice, impegnata da quasi trenta anni nei luoghi di cura residenziale per anziani, utilizza una metafora che, bypassando la staticità del visitatore distratto intento ad osservare “Sono lì seduti a far passare le ore”, riscopre una pluralità di condizioni umane diversificate - allettati, persone in carrozzina, persone con una certa autonomia residua che si industriano come possono- e le rappresenta come facenti parte di un sistema di arcipelaghi;  invita poi a cercare di immergersi nella parte sommersa di ciascun arcipelago, denominatore comune colmo di ricordi intimi, privati, nascosti, cui è possibile accedere solo con il consenso della persona. Fondali sottomarini dai quali possono emergere pezzi di storia rivitalizzati, utili per implementare capacità resilienti.

Narrazione di sé, ascolto, rispecchiamento, trasmissione delle proprie memorie, rappresentano solo alcuni dei punti di ancoraggio, proposti o fatti emergere, per evitare lo smarrimento del navigante e il naufragio della memoria.

Ma il vero cuore pulsante della proposta di approfondimento dell’autrice -che non casualmente esemplifica già in copertina il possibile tesoro alla portata del lettore-esploratore: ‘Metodo, consigli pratici, strumenti – è rappresentato dal ‘laboratorio autobiografico di gruppo’. Sottolineatura gruppale del laboratorio che fin dalla denominazione ha attirato la mia attenzione per le assonanze con i seminari di approfondimento su ‘La conduzione di gruppo in ambito autobiografico’.
che ho condotto nell’ambito della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari intrecciando metodo autobiografico e approccio psicosociologico.

Infatti, mentre appare quasi scontata la formazione di un gruppo per l’effettuazione di un laboratorio autobiografico, in genere nell’indicazione della denominazione dello strumento utilizzato la dizione ‘di gruppo’ non compare, anche per la sottolineatura della prevalenza di un percorso individuale nell’ ‘autòs-bìos-graphein’. Nel caso del testo in questione, la sua comparsa appare invece quasi volta a contrastare l’isolamento insito nel declino percettivo e cognitivo dei partecipanti ed a voler valorizzare al massimo il potere resiliente del ‘gruppo che cura’. Rappresentando -con K. Lewin- un “sistema di interscambio dinamico che è molto più della semplice somma degli individui che lo compongono.”

L’agile contributo proposto da Quaia procede quindi nei capitoli centrali ad indicare le ‘istruzioni per l’uso’ relativamente al lavoro con le storie di vita, ed i diversi ‘ancoraggi’, come stimoli fortemente evocativi, spaziano, ‘sfogliando il passato’, dalle fotografie agli oggetti, dai miti e eroi alla poesia, parole e letteratura, per accedere ai luoghi interiori, costitutivi dell’esistenza al pari del fattore tempo.

La riscoperta e la riconferma della propria identità attraverso la narrazione di sé appaiono quindi possibili punti di approdo che evitano di perdersi in acque magari poco profonde ma insidiose perché sempre meno conosciute.

E’ per questo che ‘la mappa per non perdere la bussola’ che indica le mappe mentali come strumento utile per i partecipanti a contenere il declino percettivo e cognitivo, sembra idealmente connettersi agli ‘avvisi ai naviganti’ forniti dall’autrice ai conduttori dei laboratori in conclusione del suo contributo. Questi avvisi vanno dall’indicazione di regole per una relazione di fiducia con l’altro (che in ambito LUA vengono in genere ricomprese nel ‘patto autobiografico’), all’introduzione di possibili cambiamenti di rotta in caso di mare mosso, fino alla tenuta da parte del navigante del proprio diario di bordo.

Elementi di metodo, supportati da strumenti e arricchiti da consigli pratici, come già ricordato in precedenza, che sembrano porsi in continuità ed ulteriore esemplificazione di un precedente volume dell’autrice dal titolo “Intime erranze. Il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica” (Centro Donatori del Tempo, NodoLibri, Como, 2012), centrato anch’esso sulle molte potenzialità della scrittura autobiografica.

domenica 29 settembre 2019

PARTIGIANA 2019 - Notte d'Arte Varia Resistente


PARTIGIANA 2019 - Venerdì 27 settembre al Chiesino Val Varenna - Pegli


La VII edizione della Festa Giovani ANPI 
organizzata dall'ANPI di Genova-Pegli in collaborazione con il Comitato Val Varenna


Ovvero: "L'impegno dei giovani nella società oggi".


DAVIDE (ANPI-Pegli): Bisogna crederci per poter riuscire a far qualcosa.

ANTONIO (Emergency): I diritti delle persone vanno estesi a tutti.

ANDREA (Amnesty International): 5 anni fa sono entrato in A.I., oggi non tornerei indietro: occorre alzarsi in piedi e resistere.


ENRICO (Comitato Val Varenna): Non sono molti i giovani in Valle, e non è facile coinvolgerli, ma personalmente collaboro dal 2012.


CLAUDIA (Music For Peace): Ci occupiamo di cooperazione internazionale con più di 30 missioni realizzate in 25 anni anche in Italia, ma è la trasversalità dell'impegno e i molti progetti diversificati che creano uno spazio di intervento per ciascuno.


CARLOTTA (Libera): molti i giovani che partecipano a Libera, molte le scuole coinvolte, ma uno dei punti di forza di Libera è l'essere una rete con molte associazioni all'interno.



Una fotografia estremamente variegata dell'impegno giovanile in un dibattito condotto con efficacia e ritmi sostenuti da un giovane giornalista (Massimo), che ha interloquito con cinque giovani ed un 'diversamente giovane'.




Una festa completata da birra e focaccini semplici e farciti, e accompagnata da due brave cantautrici genovesi, Jess e Lobina, che hanno presentato canzoni inedite sia in italiano che in inglese.


In sintesi: una bella serata! (G.M.)