giovedì 11 giugno 2015

RIFLESSIONI AUTOBIOGRAFICHE DA REPUBBLICA DELLE IDEE-2015


Sarà un caso (o forse no!), se la Repubblica delle Idee-2015 ha coinvolto proprio Genova, cogliendola all’indomani dell’avvenimento che la conferma una volta ancora ‘laboratorio’ di nuovi possibili equilibri, quand’anche squilibrati.
Il riferimento abbastanza trasparente è il passaggio del governo della Regione Liguria dal centro-sinistra al centro destra. Stavo per denominare questo mutamento come un esito in ‘controtendenza’ –basterebbero, a suffragare tale denotazione, le citazioni difensive del 5 a 2, o ancora quelle quasi trionfalistiche del 17 a 3 nel calcolo delle colorazioni dei Governi Regionali- ma ritengo invece che la disaffezione al voto e il chiaro segnale di ribellione uscito dalle urne siano invece perfettamente ‘in tendenza’ con la voglia, la necessità e l’urgenza di ‘ripensare il mondo’.

E se è vero, come recitava uno degli slogan dell’iniziativa di Repubblica, che ‘un altro futuro è possibile’, è altrettanto vero che non è la sommatoria dei resoconti delle decine e decine di conferenze succedutesi dal 4 al 7 giugno che ci possono restituire il vero spirito dell’evento, ma è il puzzle composto da altrettante narrazioni intrecciate con i percorsi dei singoli che può avvicinarci maggiormente alla comprensione di un presente disarmante per la costruzione di un futuro degno di essere vissuto. Il mio è uno di questi possibili percorsi. Molte sono le personalità presenti che avrei ascoltato volentieri: da Saviano a Petrini, da Morozov a Piano, da Recalcati a Fitoussi; così come avrei voluto almeno salutare il mio prof. di storia all’Università Antonio Gibelli, il bravissimo ‘padre’ di Julia Giancarlo Berardi e il coraggioso amico e magistrato Enrico Zucca.
Ma tutto non si può fare e attenendomi alle 4 prenotazioni on-line concesse dall’organizzazione mi sono costruito un percorso personale di tutto rispetto; avviatosi sabato 6 giugno con Jeremy Rifkin, è poi proseguito domenica 7 con una successione da brivido che mi ha consentito di ascoltare ed applaudire Eugenio Scalfari, Luis Sèpulveda e Tahar Ben Jelloun.

Di Jeremy Rifkin ho ancora sul comodino la sua ultima opera del 2014, ‘La società a costo marginale zero’, e in libreria il suo contributo del 2004 ‘Il sogno europeo’; ciononostante decido di portare con me ‘La terza rivoluzione industriale’ del 2011 del quale ho approfondito le parti sulle nuove narrazioni (non per caso) e sulla scuola da ri-fare. All’interno un ritaglio di Repubblica (ça va sans dire!) del 1 giugno 2012 su ‘Idrogeno e auto elettriche – il futuro secondo Rifkin’. Perchè parlo di questo volume invece dello storico ‘La fine del lavoro’ del 1995 che dà il titolo alla conferenza? Intanto perché lo stesso Rifkin lo ha citato almeno un paio di volte, con mia grande soddisfazione, e poi perché è praticamente l’unico volume ad essere stato autografato, cogliendo Rifkin un po’ di sorpresa pochi minuti prima dell’incontro. Al termine dello stesso sarebbe stato impossibile perché, non so se infastidito dalle telecamere e fotografi che ha fatto arretrare più volte, si è allontanato più veloce della luce senza neanche attendere che gli applausi scemassero, incurante agli inviti di Riccardo Luna.
Una conferenza, quella di Rifkin, che ha cercato di descrivere il nuovo modello economico, i sette cambi di paradigma, le tre tecnologie fondamentali (Comunicazione, Energia, Logistica e mezzi di trasporto) per delineare “l’Internet delle cose”, prefigurato come contesto capace di collegare “ogni cosa con tutti in una rete globale integrata.“ Ma sono le esemplificazioni di quanto lo sviluppo sia accelerato a rendere meglio l’idea. Come quando ha fatto l’esempio utilizzato con il vice-premier cinese di un odierno cellulare da venticinque dollari che ha più capacità di calcolo dei super computer che hanno mandato l’uomo sulla luna. O quando ha semplicemente constatato che il raddoppio dei bit di potenza di anno in anno era semplicemente impensabile negli anni quaranta. Certo, sentirlo passare dai colloqui con il vicepremier cinese alle indicazioni fornite alla cancelliera Merkel, dalla prossima diffusione virale delle stampanti 3D alla possibile eliminazione dell’80% dei mezzi di trasporto, lascia parzialmente perplessi sul fatto che si possa trattare di scenari futuri o futuribili. Poi lo sento parlare della sharing economy, della sempre minore necessità per muoversi di possedere un’auto in articolare da parte dei giovani ma non solo, perché le si condivide per viaggiare insieme ed è sufficiente una specifica app per farlo; e ricordo un identico discorso fatto da mio figlio pochi giorni prima nel descrivermi come viaggia la maggior parte dei suoi amici, e penso che allora è proprio vero: Rifkin non sta parlando del futuro ma del presente, che non sempre è facile scorgere!

Con Eugenio Scalfari, il giorno dopo, parto da casa con due piccoli libri per me molto significativi: “L’uomo che non credeva in Dio” (del 2009) e “Racconto autobiografico” (del 2014) entrambi colmi di linguelle colorate a segnalarne i passaggi più significativi. Dato l’interesse autobiografico di tutti e due i testi, ho realizzato a suo tempo delle presentazioni pubblicate sul sito della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari: ricevere delle email personali di apprezzamento da parte dell’autore è stato per me estremamente gratificante, così come poterlo salutare personalmente al termine dell’incontro. Il suo One Man Show alla presenza del numeroso pubblico giunto al Teatro Carlo Felice in un orario non così favorevole (le 12) è intitolato ‘Novant’anni di passione’ ed è tutto il secolo scorso ad essere stato percorso di slancio dall’azione civile, politica e culturale di un uomo, per sua stessa ammissione, animato dalla curiosità. Non casualmente i discorsi ‘seri’ sui 40 anni di Repubblica o sui 60 anni dell’Espresso –i ‘suoi’ giornali- si intersecano con le considerazioni ‘vitali’ sull’uomo fra Dio e la Natura (“L’ho detto a Papa Francesco. Noi ci siamo inventati Dio e la nostra specie animale finirà, così come ha avuto un inizio; Dio muore con noi perché è nato con noi, ce lo siamo inventati.” “…e insieme a noi, anche il girasole vuole sopravvivere orientando la sua corona, ed anche l’albero con le radici che si muovono a cercare l’acqua e le fronde in cerca della luce”). Avvincente e potente la descrizione della gara fra una Repubblica neo-nata ed un Corriere della Sera all’apparenza invincibile, che viene surclassato nel giro di 4/5 anni; curiosa e particolare la rivelazione di un Sandro Pertini che, dalla Presidenza della Repubblica, due-tre volte alla settimana telefona a Scalfari in redazione, si fa mettere in viva voce, e partecipa commentando al Comitato di Redazione del giornale; tenera ed elegante ad un tempo la risposta alla domanda quantomeno indelicata rivoltagli dall’intervistatrice sul quando si ‘fosse sentito vecchio’ (cito testualmente!), nell’indicare i 6/7 anni come data probabile visto il suo forte timore per le dimensioni conflittuali in famiglia ed il farsi garante del rapporto fra i propri genitori. “La classe non è acqua”, avrei voluto dirgli a voce alta, ma è un pensiero che ho tenuto per me fino ad ora, facendolo echeggiare solo oggi, nero su bianco.

Per quanto riguarda Sepulveda, abbandonati in casa gabbianelle, gatti, topi e lumache, mi sono armato del suo libro più biografico ed autobiografico, edito in Italia nel 2013, “Ingredienti per una vita di formidabili passioni.” “Chissà che non riesca a farmelo autografare”, ho pensato fra me e me, fino a cinque minuti prima dell’inizio. E’ infatti al Carlo Felice che realizzo quanto non avevo visionato sull’email inviata dall’organizzazione mentre ero all’incontro con Scalfari: Sepulveda non è partito dalla Spagna causa le avverse condizioni meteo, ed è però ugualmente presente, intervistato da Concita De Gregorio, via Skipe. Non è la stessa cosa, ma la bravura dell’intervistatrice e la naturale simpatia mista ad un costante atteggiamento resiliente del ‘compañero Sepulveda’ rendono l’incontro virtuale ugualmente appassionante. Dall’essere capaci di “cadere, rialzarsi e non perdere l’allegria” all’esperienza di ‘Podemos’ come enorme esperimento di moderna democrazia; dalla storia dell’Uzbeko muto –in realtà peruviano e fintamente senza parole solo per evitare il rigore della polizia sovietica- all’amico panettiere di Amburgo il cui tavolo di lavoro che odora di pane è diventato da vent’anni il suo tavolo da scrittore. Sono diversi i ricordi e le rievocazioni che si succedono e si concludono con lo svelamento di una delle fonti principali della sua inesauribile capacità narrativa: e cioè la figura del nonno materno, anarchico dell’Andalusia con una vita a dir poco avventurosa, trascorsa in diversi continenti, che ogni giorno gli legge per ben tre ore il Don Chisciotte. Limite praticamente inimmaginabile ai giorni nostri, osserva sconsolata l’intervistatrice.

Infine, per l’incontro con Tahar Ben Jelloun (e Gad Lerner), rinuncio a portare con me il suo libro su ‘La rivoluzione dei gelsomini’ del 2011, per il semplice motivo che la copia che ho in casa è già autografata e l’ho fatta dedicare a mio figlio che su questo argomento ha svolto la sua tesi di Laurea magistrale. Mi reco quindi all’ultimo incontro della giornata sul tema ‘Terre senza pace’ e subito l’attualità più stringente del Governatore della Lombardia che minaccia di tagliare i fondi ai Sindaci lombardi che si danno disponibili all’accoglienza dei profughi, prende il sopravvento. Le 218.000 persone che hanno attraversato il Mediterraneo negli ultimi anni e le oltre 1.000 accertate che sono morte sono il macigno che incombe sulle coscienze dei presenti e Ben Jelloun non usa mezze parole: “Le migrazioni aumenteranno, non c’è dubbio”. Vengono analizzati sia i fattori economici che influenzano l’esodo di massa che quelli religiosi, ma sono le forti analogie richiamate da Lerner fra la situazione attuale ed il periodo antecedente la Seconda Guerra Mondiale, quando i regimi fascista e nazista parlavano di ‘quote’ favorendo di fatto esodi di massa, ad inquietare tutti i presenti. E Ben Jelloun che fa riferimento a come da 4-5 anni molti intellettuali francesi stiano preparando il terreno per un nuovo razzismo, paventando l’identità francese minacciata, chiude un’analisi puntuale e necessaria, che ha il solo difetto di lasciare poco spazio alla speranza.

In conclusione, il mio percorso è stato arricchito dall’Innovatore-Rifkin, dal Testimone-Scalfari, dal Sognatore-Sepulveda e dall’Analista-Ben Jelloun. Con un anno di tempo a disposizione per muovere qualche passo, sperando sia nella giusta direzione.  

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